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La dicotomia dei non luoghi

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Nei rifugi d'emergenza e negli alloggi temporanei c'è accoglienza, salvezza, supporto ma non c'è dimora stabile, residenza, identità

Quello che ho affrontato nel precedente articolo, ovvero l'architettura dell'emergenza, altro non è che un'architettura che potrebbe essere definita “della solitudine”.

Nei rifugi d'emergenza e negli alloggi temporanei c'è accoglienza, salvezza, supporto ma non c'è dimora stabile, residenza, identità. Quando nel 1992 l'antropologo francese Marc Augè parlò nel suo saggio (“Non luoghi: introduzione ad una antropologia della surmodernità”) di due concetti complementari ma distinti, egli alludeva agli spazi pensati e costruiti per uno scopo specifico e del rapporto che intercorre in seguito tra quegli stessi spazi e gli individui che ne fruiscono.

Per definirli coniò questo termine: Nonluoghi (Nonlieu). Solo nel 2003 questo neologismo venne registrato anche nel lessico italiano. Marc Augé definisce i nonluoghi, in contrapposizione ai luoghi antropologici, tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici, dove:

  • identitario  - che contrassegni l'identità di chi ci abita;
  • relazionale - che individui i rapporti reciproci tra i soggetti in funzione di una loro comune appartenenza;
  • storico - ovvero che possa ricordare all'individuo le proprie radici.

I nonluoghi, spiega invece, sono incentrati solamente sul presente e sono altamente rappresentativi della nostra epoca, che è caratterizzata dalla precarietà assoluta, dalla provvisorietà, dal transito e dal passaggio, fondamentalmente da un individualismo solitario.

Sono tutte quelle aree adibite alla circolazione, al consumo e alla comunicazione. Le persone transitano nei nonluoghi ma nessuno vi abita. In altre parole, sono tutto il contrario della città storica nella quale le regole di residenza, la divisione in quartieri, delimitavano lo spazio e permettevano di cogliere nelle loro linee essenziali le relazioni tra gli abitanti.

Agli occhi dell’autore, questi nonluoghi sono spazi appunto della provvisorietà e del passaggio, spazi attraverso cui non si possono decifrare né relazioni sociali, né storie condivise, né segni di appartenenza collettiva, esasperati ormai dalla diffusione della globalizzazione.

Ma io, come progettista, mi fermo e penso, ad esempio, ad alcune storiche metropolitane, che hanno un' assidua frequentazione, da parte delle stesse persone negli stessi orari e ciò ha consentito che acquisissero una familiarità tale da farle considerare una sorta di estensione della pubblica piazza.

Anche famosi fast-food o grandi catene di alberghi presenti in tutto il mondo,conferiscono molto spesso ai viaggiatori un senso di sicurezza ed appartenenza piuttosto che di smarrimento non-identitario.

E' difficile, ancora, parlare di non-luoghi in alcuni quartieri di Palermo,ad esempio,  dove gli abitanti tendono a conferire significato a qualsiasi tipo di spazio, indipendentemente dalla loro qualità estetica e funzionalità. Ma in tutta Italia in realtà esistono anche aree abbandonate che diventano improvvisati campi di calcio, supermercati dove la gente si incontra e si mette a chiacchierare tra gli scaffali dei prodotti; esistono spazi antistanti gli uffici postali che sono i luoghi di ritrovo preferiti dagli anziani in pensione.

Ci sono aree che sono destinate ad anonimi parcheggi ma che, una volta alla settimana, accolgono mercatini rionali. E' qui che questi nonluoghi si riempiono di elementi di identità auto-conferendosi la dignità di luoghi antropologici, attraverso la semplice collocazione di bancarelle piene di colori, sapori e tradizioni di quel tale paese.

Quindi se il nonluogo è il luogo dove si sente la mancanza di comunicazione ciò non deriva necessariamente da fattori come la qualità degli spazi, o dal possedere una specifica funzione di transito. Anche un bellissimo appartamento privo di contatti fra i frequentatori può essere un nonluogo…Anche un edificio per uffici storicizzato e collocato al centro storico può essere vissuto come un nonluogo se chi vi lavora è precario e vive questa condizione con un certo disagio. Per questo è fuorviante definire i nonluoghi all'interno di una tipologia progettuale (perchè deputata al solo transito della gente) ma bisognerebbe indagare sulla percezione collettiva che gli utenti hanno di quel determinato contesto spaziale.

Soprattutto per non generare una sorta di ingiustizia nei confronti di tutta quell'architettura e di quella attività pianificatoria di qualità che si è fin ora portata avanti, con successo, in molti contesti ambientali.

Porebbe essere questo un monito che serva a comprendere maggiormente la necessità di tutela di tutti quei riferimenti distintivi di un luogo rispetto ad un altro, evitando i rischi di un appiattimento delle varie espressioni culturali, compresa quella architettonica, che spesso ha anche l'onere di rivestire un ruolo sociale ed educativo.

 

20 Giugno
Autore
Eleonora Zorzato, progettista d'interni, giardini ed habitat designer

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