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Con incidente centrale nucleare rischio migliaia tumori

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Il direttore Centro Ricerca sul Cancro Cesare Maltoni, 'pasticche iodio? dibattito poco scientifico. Prevenzione primaria unica soluzione'

Nel conflitto russo-ucraino si parla sempre di più delle centrali nucleari finite in mano all'armata rossa, con conseguente allarme nucleare per eventuali scellerate iniziative da parte di Putin. "Il rischio concreto c'è sicuramente. Di che tipo di rischio parliamo, dipenderà da cosa succede" ma un incidente come quello di Chernobyl "potrebbe causare decine di migliaia di tumori”. E una soluzione, la scienza non l'ha ancora trovata: insomma, non esistono un farmaco o una cura che possano salvarci dalle radiazioni. L'unica cura possibile è la prevenzione primaria. Così Daniele Mandrioli, direttore del Centro di Ricerca sul Cancro Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini che da 30 anni studia gli effetti cancerogeni delle radiazioni ionizzanti, come appunto quelle derivate dal disastro nucleare di Chernobyl.

Due gli scenari di cui parla Mandrioli, "quello dell'incidente acuto, come è stata l'esplosione di Chernobyl, in cui si parla di migliaia e migliaia di persone che hanno perso la vita, e quello degli effetti a lungo termine: sono oltre 45mila i casi di tumore stimati e previsti fino al 2065". Si va dunque dai danni acuti, che possono essere anche letali nell'arco di una manciata di minuti, agli effetti a lungo termine che prevedono tumori in primo luogo, ma anche "effetti sullo sviluppo, sulla fertilità, malformazioni e malattie cromosomiche legate alle capacità della radiazioni ionizzanti di distruggere il nostro codice genetico".

Soluzioni? "Ci sono tante modalità tanto poco efficaci per proteggersi dalle radiazioni, meglio non chiedersi cosa fare dopo perché se avessimo avuto la soluzione non avremmo il problema Chernobyl", irrisolto 35 anni dopo il disastro. Le pasticche di iodio? "Un dibattito poco scientifico. Non è con le pasticche di iodio che si fanno strategie di prevenzione. La prevenzione si fa non facendo esplodere le centrali nucleari". Insomma non c'è un modo per proteggerci dalle radiazioni, "si può fare solo prevenzione primaria, cioè impedirne la fuoriuscita. Tutto il resto è mettere delle pezze piccoline su problemi enormi".

Per il direttore del Centro di Ricerca sul Cancro Cesare Maltoni, "uno degli insegnamenti che abbiamo tratto da Chernobyl è l'importanza della ricerca indipendente su questi temi. Degli effetti delle radiazioni si sapeva ben poco, ma una delle strategie importanti è la prevenzione primaria ovvero conoscere gli effetti delle sostanze e degli agenti fisici ai fini delle decisioni strategiche e dello sviluppo di tecnologie".

A seguito del disastro di Chernobyl nel 1986 l’Istituto Ramazzini ha condotto una serie di studi sugli effetti cancerogeni delle radiazioni ionizzanti, in particolare sugli effetti a lungo termine e su quelle che ai tempi venivano considerate 'basse dosi'. I primi risultati degli studi sperimentali a lungo termine evidenziarono subito importanti effetti cancerogeni anche alle più basse dosi studiate nei ratti. Si trattava di dosi simili o spesso inferiori a quelle assorbite dalla popolazione generale nelle zone contaminate.

Grazie al supporto dei 35.000 soci dell’istituto, alla Provincia di Bologna e i suoi Comuni e all’Arpa della Regione Emilia-Romagna, il progetto sulle radiazioni ionizzanti dell’Istituto Ramazzini ha fornito importanti risultati nel corso di questi anni. Si tratta di una attività di ricerca ancora in corso: entro la fine di quest’anno verranno prodotti i risultati degli esperimenti sul confronto tra gli effetti tra radiazioni ionizzanti frazionate (esposizioni a dosi più basse, ma ripetute nel tempo, simili all’utilizzo che viene fatto ai fini diagnostici e terapeutici) e radiazioni somministrate in un'unica esposizione (scenario espositivo più simile a quanto accade durante disastri nucleari).

2 anni fa
Foto: pixabay
Autore
Claudio Mascagni

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